Venerdì 2 maggio 2025, dopo un’uscita in acqua come guida rafting, mi sono coricata nello spogliatoio per togliermi l’attrezzatura. In quel momento, le mie colleghe Farha e Daniela parlavano di andare in Valsesia. Tre dei nostri ragazzi, Clara, Francesco e Alessandro, stavano svolgendo il brevetto di terzo livello.

Mi attraversò un brivido: mi venne la pelle d’oca. La Valsesia? Avevo un ricordo bello quanto adrenalinico di quel posto. Non ci credevo. Tra me e me pensai: “Vado anch’io!” Parlai con le colleghe, le invogliai a partire tutti insieme. Il problema era comunicare con la mia guida delle guide, Daniele Corsi, e suo fratello Fabio Corsi, che aveva lì la figlia Clara: dovevano valutare se fosse possibile organizzarsi con la loro azienda e partire ancora una volta verso la splendida Valsesia.

Signori e signore, la Valsesia non è solo bella per chi cavalca l’onda: è un luogo suggestivo per tutti e vi esorto a visitarla. Mi raccomando, la sera vestitevi bene se, come me, venite da zone di mare.

Bando alle ciance: alla mia richiesta, dai loro occhi si vedeva quel diavoletto soddisfatto, e in meno di un’ora organizzarono la loro base rafting. Partimmo. La strada era lunga, ma eravamo divertiti: i nostri colleghi non sapevano nulla del nostro arrivo tutti insieme. Quando varcammo la soglia della compagnia Morosa Rafting, alzammo la musica a tutto volume e facemmo un ingresso con il botto. Nessuno ci credeva; iniziarono a ridere talmente tanto che avevano gli occhi lucidi. Ripetevano: “Roba da non credere!”

La scusa erano stati loro che erano lì, e noi che avremmo cavalcato ancora una volta quel fiume, quell’immenso fiume che mi aveva lasciato contenta e spaventata allo stesso tempo. La sera ci riposammo subito. Noi canoisti, se l’indomani vogliamo scendere in fiume, dobbiamo andare a letto presto: vivere in modo solare, o dare il meglio di noi stessi molto prima, stile coprifuoco dei tempi del lockdown, per avere tempi di reazione puliti.

La mattina ci alzammo, facemmo colazione e ci accorgemmo che c’erano molte persone da tutta Italia, da altre compagnie rafting o agonisti che, come noi, avevano colto l’occasione. Ci unimmo a loro. La mia spedizione era composta questa volta da Daniele Corsi, Fabio Corsi, Sara Amonini, Silvia Venturi e Martin Martinez. DE’ (rafforzativo pisano e livornese)… ero in una botte di ferro! La più schiappa ero io: loro erano tutti ex campioni o campioni in gioco di kayak o rafting, con anni e anni di esperienza alle spalle.

Tutto ciò mi rese sicura, ma allo stesso tempo la mia “bestioletta” chiamata ansia si fece viva: ce la farò?

La prima volta lo affrontai, ma allora i miei compagni Daniel Corsi e Filippo Villa decisero di non farmici avvicinare nemmeno a mezzo metro: alla fine del percorso mi dissero “Non saresti mai scesa!” Che carini che erano stati! Questa volta, però, sapevo quale fosse la forza del fiume, la sua mastodontica portata, e quella sensazione di sentirmi una mocciosa di fronte a madre natura. Mi salvava l’idea che, rispetto all’ultima volta, almeno non era in piena, anche se comparivano le rocce (che la prima volta non avevo nemmeno immaginato) e i buchi di solito si accentuano.

Cosa sono i buchi? Dovete sapere che sui fondali ci sono molte rocce e, a seconda del dislivello e di come sono messi i massi uno sull’altro, l’acqua che passa sopra a grande velocità forma un’onda. L’acqua di ritorno, a seconda delle circostanze, può essere notevole, e così si forma questo simpatico “buco” con un muro d’acqua di ritorno davanti da sfondare.

Partimmo con tutto il necessario, comprese le GoPro. Scendemmo sotto le gole di Balmuccia ed io salii sulla mia nuova barca, un packraft della casa madre Mekong: un assetto totalmente diverso da un Robfin. Il vero packrafting, per la sua forma, è il Mekong (ovviamente non è l’unica azienda che fabbrica questo tipo di barca). Il fondo che appoggia in acqua è totalmente piatto, mentre il Robfin assomiglia più a una canoa gonfiabile e ha una sorta di chiglia che sporge molto più in acqua rispetto ai tubolari laterali.

Ci scaldammo un po’, qualche traghetto… serve per attraversare il fiume da una sponda all’altra. Credetemi: bisogna saperlo fare per affrontare un fiume del genere. Sono cambi di direzione e il fiume non aspetta te: ti porta via.

Partimmo, ma fu quasi un disastro: ero agitata, partita con un rospo in gola. Alla seconda rapida, se non erro prima della rapida del ponte sul tratto classico, sbagliai di brutto. Ci andai, come si dice da noi, “a palle mosce”. Mi prese il fianco destro e mi ritrovai stile materassino, aggrappata alla mia imbarcazione, senza vedere nulla. Sul Robfin vedevo, qui invece no: disperazione! dopo aver provato a girarlo con scarso risultato mi ritrovai davanti a una scelta : lo lascio e provo a tornare a riva, o me la faccio tutta a bagno? Questa volta scelsi di rimanere attaccata al packraft e provare a nuotare verso riva stile bambino con la tavoletta. Sentivo Fabio dietro che mi incitava: “Vai, vai, ci sei!”

Ci sono? Un parolone. Va be’, successe. Nemmeno quello però mi risvegliò: giramento di zibidei annessi e incorporati. Non demordo: mi dissi “Vale, rilassati, così non vai da nessuna parte!”

Ritornai a bordo del mio packraft. Vorrei precisare: erano tutti in kayak, io no. Avevo 5 kg di imbarcazione sotto il sedere e, come sempre, volavo!

Poi arrivò il momento del campo slalom. Non feci in tempo a entrare che venni risucchiata da un buco. L’esclamazione “cazzo!” ci fu tutta. Provai a tirarmi dietro il packraft a riva ma niente: troppo veloce e troppi sassi. Decisi di rimanere a bagno, attaccata ancora una volta al packraft, aspettando la fine della rapida. Poi arrivò Martin Martinez e mi porse la coda della suo kayak, quasi alla fine. Che bello! 1 minuto e 15 secondi in acqua: può sembrare nulla, ma è veramente tanto. Uscii con un livido sul fianco sinistro per un bel “buff” fatto a dovere.

Ero nera, arrabbiata con me stessa. Dovevo rilassarmi. Mi dicevo: “L’ho già fatto, addirittura in piena, ma non conosco ancora bene il mio nuovo packraft.” Ero rigida sopra di lui. Mi auto-offesi in tutte le maniere possibili, ringraziai Martin e mi scusai con tutti perché facevo perdere tempo… anche se, in fiume, ci si aiuta sempre, anche tra estranei.

Era la volta della famosa Trancia, una rapida assai conosciuta perché alla sua fine c’è un’onda che sembra davvero un muro d’acqua, penso alta intorno ai tre metri fissa con acqua medio alta.
La prima volta che l’ho fatta mi è andata egregiamente, ma essendo in piena mi ricordo soltanto quel muro d’acqua, io sbalzata in aria sul lato destro e l’atterraggio sulla cosiddetta chicken line, con cui conclusi la discesa. Sembrava di stare su uno scivolo di un parco acquatico.

Insomma, mentre scendevo e mi avvicinavo a questa rapida, mi ero finalmente sbloccata: ero carica, avevo tirato fuori il carattere. Entrai in corrente, cominciò la rapida e non ci crederete: il lato sinistro del mio packraft venne risucchiato ancora una volta da un ritorno d’acqua. Ma lì non mollai. Recuperai, anche se i miei compagni davanti si staccarono da me. Mi avevano detto di stare sul centro-sinistra, ma lo ammetto: faccio un po’ fatica a decifrare certi riferimenti e, complice anche il fatto che la piena dell’inverno l’aveva cambiata parecchio, me la ricordavo poco.

Andai avanti da sola, l’acqua era così grossa che davanti non vedevo nessuno, ed affrontai tutto con la mia linea. Che dire… mi viene da sorridere. Dopo aver superato buchi e onde, arrivai a Lei. Mi trovavo sopra un’onda da cui pagaiavo per uscire e sotto c’era Lei: il buco più grosso che avessi mai visto. Riuscii perfino a fare un’espressione prima di toccarne il fondo e risalirlo: “Ma davvero?”. È indescrivibile. La caduta libera era paragonabile a una montagna russa, ma la risalita… lì ho capito le parole dei miei compagni: “stai sul centro-sinistra”. E io? Ovviamente no, ero sul centro-destra.

Dire che esiste una chicken line e una tiger line qui non si può: questa rapida è tutta una tiger line. E io dove sono passata? In una doppia tiger line! Perché? Sul centro-sinistra c’era l’uscita pulita, sul centro-destra invece un ritorno: un muro d’acqua che si arricciolava sussurrando “sei mia, tesoro!”. E invece no! Questa volta l’ho affrontata di petto, ci sono andata “a palle dure” e ho vinto.

Da lì in poi è stato solo divertimento. Avevo rotto il ghiaccio: non proprio presto, ma ognuno ha i suoi tempi.

Seguì la discesa di altre rapide, sempre impegnative, perché il Sesia è un fiume che devi conoscere, e avere compagni più esperti di te è fondamentale: quando ti senti in dubbio, loro sono in grado di recuperarti. In fiume si fa sempre squadra: amici e non amici, siamo tutti una cosa sola.

Il dopo fu pura emozione: avevo capito il cambio di assetto del mio nuovo packraft. Può sembrare poco, ma cambia tutto: il movimento è più simile a un kayak. Se non alzavo bene il lato, rimanendo sul tubolare, il fiume mi prendeva con sé. Meglio tardi che mai!

Da lì in poi fu un continuo spostarsi: sfondavo le onde più velocemente nelle curve e, nei cambi di direzione improvvisi, più inclinavo più il packraft si fermava, anche in forte corrente. Uno spettacolo! Ero soddisfatta come non mai del mio nuovo amico: cominciavamo a conoscerci. Da lì in avanti, altre avventure ci attendevano.

Sperando non a bagno…

E così, tra lividi, risate, errori e vittorie, ho imparato ancora una volta che il fiume non perdona ma insegna. La Valsesia mi ha messo alla prova come sempre, ricordandomi che l’acqua non si domina: la si ascolta, la si affronta e, se sei fortunata, ti regala emozioni che restano scolpite dentro.

Il mio nuovo packraft ed io abbiamo iniziato a capirci, a dialogare, a muoverci insieme. È stato un incontro un po’ burrascoso, ma alla fine ho trovato la mia linea e ho portato a casa il sorriso più grande: quello di chi non molla e trova il coraggio di rialzarsi dopo ogni bagno.

Perché in fiume – come nella vita – non contano le cadute, ma la voglia di risalire.
E io so che il Sesia mi aspetta ancora… con nuove rapide e nuove storie da raccontare.


Durante la discesa classica si incontrano diverse rapide ben note agli appassionati:

  • Trancia III/IV
  • Slalom III+/IV
  • Ubriaco III
  • Igloo III+
  • Morca IV

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